Napoli Prima e Dopo
La cultura Napoletana e Campana. Dagli esordi ai nostri giorni. MUSICA,CANZONI,TEATRO E TRADIZIONI
venerdì 2 marzo 2012
Anema e core - Lucio Dalla @ Napoli Prima e Dopo del 22 luglio 2011
giovedì 30 giugno 2011
ZUOCCOLE, TAMMORRE E FFEMMENE
Tutte hanno scritto a Napule canzone appassiunate,
tutt”e bellezze ‘e Napule so’ state decantate:
da Bovio a Tagliaferri; Di Giacomo a Valente;
in prosa vierze e musica: ma chi po’ ddì cchiù niente?
Chi tene cchiù ‘o curaggio ‘e di’ quaccosa
doppo ca sti puete gruosse assaie
d’accordo songo state a ddi’ una cosa:
ca stu paese nun se scorda maje.
Sta Napule, riggina d”e ssirene,
ca cchiù ‘a guardammo e cchiù ‘a vulimmo bene.
‘A tengo sana sana dint”e vvene,
‘a porto dint”o core, ch’aggia fa?
Napule, si comme ‘o zucchero,
terra d’amore, ch’è na rarità!
Zuoccole, tammorre e femmene,
è ‘o core ‘e Napule ca vo’ cantà.
Napule, tu si’ adorabile,
siente stu core che te vo’ di’:
“ Zuoccole, tammorre e ffemmene,
chi è nato a Napule nce vo’ murì “.
Traduzione a cura di Rino Vittozzi
Zoccoli, tamburi e donne
Tutti hanno scritto a Napoli canzoni appassionate,/tutte le bellezze di Napoli sono state decantate:/ da Bovio a Tagliaferri; Di Giacomo a Valente;/ in prosa versi e musica: ma chi può dir più niente?// Chi tiene più il coraggio di dir qualcosa/ dopo che questi poeti molto grossi/ di accordo sono stati a dire una cosa:/ che questo paese non si scorda mai.// Questa Napoli, regina delle sirene,/ che più la guardiamo e più vogliamo bene./ La tengo per intera nelle vene,/ la porto nel mio cuore, che debbo fare?// Napoli, sei come lo zucchero,/terra d’amore, che è una cosa rara!/ Zoccoli, tamburi e donne,/ è il cuore di Napoli che vuole cantare.// Napoli, tu sei adorabile,/ senti questo cuore che vuole dirti:/ “Zoccoli, tamburi e donne,/ chi è nato a Napoli ci vuol morire”.
**************************************************************************************Di RAFFAELE VIVIANI ... uno dei suoi capolavori
'A RUMBA DE SCUGNIZZI
Testo e traduzione
venerdì 24 dicembre 2010
La tragicomicità sarcastica napoletana: un popolo unico, nella buona e nella cattiva sorte



A San Gregorio Armeno è Natale tutto l'anno. In tutti i mesi, anche quando fa caldo e il Natale è lontano, i maestri sono all'opera per costruire i tipici presepi in sughero e i pastori in terraccotta. L'atmosfera di San Gregorio Armeno comincia a riscaldarsi a novembre ma è dicembre il mese in cui la strada è è gremita di gente a ogni ora del giorno. Ogni maestro presepiale sa consigliare perfettamente il suo cliente rispetto al significato, il simbolo e l'uso di ogni pastore.
A san Gregorio anche i Presepi sono affollati
I pastori devono essere di terracotta che, essendo più plasmabile e flessibile del marmo o della pietra, si presta meglio a rendere anche l'anima del pastore oltre alla sua fisionomia. Gli artigiani sono molto affezionati all'antica arte napoletana presepiale ma per essere al passo con i tempi hanno dovuto accettare che in un presepe ci sia non solo il signor Pulcinella con la moglie Colombina, ma anche osti, macellai e pescivendoli che esibiscono in canestri, secchi e ceste tutto il mondo ittico-gastronomico della città. Un presepe all'antica, classico, dovrebbe essere costituito da pochi personaggi: il Bambino Gesù, la Madonna, san Giuseppe, l'asino e il bue, il ciaramellaro e i re Magi. Ma hanno importanza anche altre figure come quella di Benino, che dorme mentre aspetta la nascita del Sacro Bambino, il cacciatore, il monaco questuante, la zingara pagana, i due spassosi scrivani Razzullo e Sarchiapone, le leggendarie "accademie", ossia mendicanti in ginocchio che indossano solo un perizoma, e le "mezze accademie" che hanno solo il torso scoperto, che adorano il Bambino e implorano grazie e benedizioni. Diciamo quindi che i diecimila altri personaggi che affollano il presepe sono degli estranei, ma senza questi intrusi l'arte presepiale non si sarebbe mai evoluta così tanto. Nella bottega del macellaio, ad esempio, i grumi di sangue e le interiora sono dipinte con un rosso cupo molto particolare e i laghi e i mari hanno delle sfumature di azzurro veramente sorprendenti. Tutti questi soggetti che si mescolano tra loro e colorano il presepe lo rendono un affresco vivo e realistico, di una Napoli che ancora esiste.
E quest'anno non potevano certo mancare loro, i "grandi" protagonisti degli ultimi tempi... I RIFIUTI! :DDD
UN PO' DI STORIA
La caratteristica strada del poetico artigianato presepiale è Via San Gregorio Armeno.Questa strada, nota in tutto il mondo, era detta platea nostriana perchè quì, il quindicesimo vescovo di Napoli San Nostriano, fece costruire le terme per i poveri. Ma la strada, situata nella regione augustale, assume anche un importante valore religioso perchè il vescovo Agnello edificò la prima basilica - all'interno della città dedicata a San Gennaro. Questa chiesa è ancora oggi visitabile, seppur interamente modificata durante i secoli. Tra gli altri monumenti presenti va certamente messo in meritato rilievo il monastero di San Gregorio Armeno. Sulla storia di questo monastero, viste le numerose modifiche al primitivo impianto monastico e le numerose annessioni di edifici, o parte di essi, consiglio il lettore a maggiori approfondimenti. La strada ha mantenuto per secoli quella vitalità che ancora oggi la contraddistingue. Questo non solo per le notevoli strutture presenti durante tutta la sua storia, ma anche perchè cardine capace di connettere il vero centro della città antica (area oggi identificabile in parte con piazza San Gaetano) con le principali arterie (via San Biagio dei Librai, via Tribunali ). Una strada percorsa durante i secoli da ogni cittadino napoletano.A queste ed altre ragioni si deve la concentrazione di attività artistiche e commerciali. Era quì il centro artistico culturale ove erano fiorenti nel passato le botteghe di artisti, pittori, scultori, argentieri, intagliatori, doratori che con la loro sapiente arte hanno reso famosi chiese e palazzi che ancora oggi ammiriamo. Ho detto la Napoli culturale perchè basta pensare che a pochi passi da questa strada è Via San Biagio dei Librai. Quì, in un palazzo che ha oggi anche accesso dalla stessa via San Gregorio Armeno, un libraio diede i natali a Gian Battista Vico. Più avanti, a pochi passi da piazza san Domenico Maggiore, vi è una lapide che ricorda la dimora di Francesco de Sanctis. Nelle vicinanze troviamo anche Palazzo Filomarino, dimora di Benedetto Croce.Ma delle attività artistiche del passato, cosa è rimasto nella ancor oggi splendida via San Gregorio Armeno? La risposta sincera è: assai poco. Senza falsa modestia devo ricordare, nel palazzo di Michele Tenore - fondatore dell ' Orto Botanico di Napoli la nostra bottega che con una attività di circa duecento anni continua la raffinata scuola scultorea napoletana ed il restauro. Ma quanto attrae maggiormente il turismo è la fiorente produzione di pastori in terracotta. Ed ecco i Ferrigno, i Giannotti, i Maddaloni: tuttidi antica tradizione famigliare. A dare incremento a questa produzione di artigianato artistico furono dapprima l'Associazione Napoletana Amici del Presepio, poi l'Azienda di Cura e Soggiorno di Napoli che seppe incoraggiare con premi in denaro ed attività culturali. In questi ultimi anni va riconosciuta una maggiore attenzione da parte del Comune di Napoli. Nel mese di dicembre è tutto un presepe. Folle di visitatori, scolaresche di ogni parte del mondo affollano incessantemente questa strada che sembra appartenere al mondo dei sogni.
Prof. Antonio Lebro
sabato 4 dicembre 2010
venerdì 26 novembre 2010
Emergenza rifiuti
Napoli è pulita. Parola di Berlusconi.
Non voglio dare tutta la colpa al governo ... ma le menzogne proprio non le sopporto.
I problemi non si risolveranno mai se non si eliminano politicamente certi personaggi.
Sulla ricostruzione della vicenda campana e delle vere colpe del fallimento della gestione del ciclo integrato dei rifiuti, c'è anche un interessante articolo di Gabriella Gribaudi, docente di Storia Contemporanea presso l'Università Federico II di Napoli, che posto qui di seguito.
Gli anelli deboli della catena
di Gabriella Gribaudi
Come spesso succede nel nostro Paese, la discussione sui rifiuti napoletani si svolge
eludendo i termini concreti della questione e le vicende storiche che hanno provocato il disastro. È necessario allora ricostruire la catena degli errori e delle responsabilità che hanno portato alla situazione attuale.
Primo anello. La gara vinta dalla Fibe-Impregilo. La gara per due termovalorizzatori e sette impianti di Cdr iniziata nel 1998 (commissario straordinario Rastrelli) e conclusasi nel 2000 (commissario Bassolino) fu impostata male, portò a vincere l’impresa che aveva proposto l’impianto meno avanzato. La realizzazione fu anche peggiore: dagli impianti costruiti dalla Fibe esce un rifiuto che gli esperti chiamano, con un nome allusivo molto significativo, «tal quale». Si tratta, cioè, di rifiuti triturati e impacchettati, ma tali e quali a quelli che sono entrati, che quand’anche ci fosse il termovalorizzatore non potrebbero
essere bruciati. Questo è uno dei motivi per cui il suolo campano è coperto di ecoballe che non potranno mai essere gestite in un moderno ciclo di smaltimento, ma finiranno sempre in discariche. Inoltre il contratto prevedeva che il sito del termovalorizzatore di Acerra venisse scelto liberamente dalla ditta vincitrice. E, per i poteri di deroga del commissariato straordinario dovuti all’emergenza, non veniva richiesta la «valutazione di impatto ambientale» (Via). Successive modifiche all'ordinanza non resero comunque mai obbligatoria una vera valutazione. La scelta del sito ha dato origine al noto conflitto con le popolazioni. L’impresa Fibe, la capofila Impregilo e i suoi vertici (Piergiorgio e Paolo Romiti) sono stati accusati di truffa ai danni dello Stato e dei cittadini.
Il commissario straordinario del tempo, Antonio Bassolino, con i vice commissari di «inerzia» e mancanza di controllo. Il processo sta per avere corso.
Secondo anello della catena. La raccolta differenziata.
Per la raccolta sono stati creati 18 consorzi che dipendevano dal commissariato straordinario e che si sono dimostrati strutture inefficienti, inutili e clientelari. Inefficienza e spreco di danaro pubblico in alcuni casi si sono trasformati in vere e proprie truffe organizzate con personaggi di dubbia correttezza. Nel caso di Mondragone e della società mista pubblico-privato Eco4 è
emerso un rapporto con la camorra. Sono stati assunti e spalmati nei 18 consorzi per la raccolta differenziata circa 2300 lavoratori poi stabilizzati con un bando regionale nel 2001. Sono entrati, attraverso una corsia preferenziale, gli iscritti alle cooperative dei disoccupati organizzati. Quegli stessi che per mesi, anzi per anni, avevano bloccato le strade, le navi nel porto con i turisti obbligati a scendere, avevano incendiato cassonetti della spazzatura e autobus, con una vera e propria guerriglia urbana che aveva
bloccato la città. Nella compilazione delle liste sono state trovate anche in questo caso collusioni con la camorra, dimostrate in ben due processi. Questi lavoratori non fanno nulla e sabotano mezzi meccanici e attività.
Terzo anello. Il commissariato stesso. A questo proposito per brevità non ci resta che usare le parole della commissione parlamentare di fine anno che ribadisce le accuse durissime al commissariato straordinario «le cui inefficienze strutturali si sono rivelate, lungo questi anni, di tale entità da pregiudicarne in modo irreversibile operatività ed efficacia».
Ci troviamo di fronte a una fitta rete di responsabilità e a una catena di decisioni che, in un circolo vizioso, hanno condotto sempre più lontano dagli obiettivi preposti. Attraverso il commissariamento straordinario si è creato un sistema chiuso e autoreferenziale che è cresciuto su se stesso. Sono proliferate le spese: negli ultimi dieci anni si sono spesi circa 780 milioni di euro all’anno in emolumenti, consulenze, affitti degli immobili; si sono destinati invece unicamente 29 milioni all’anno per investimenti (relazione 2007).
L’emergenza ha permesso di saltare procedure trasparenti, di scegliere consulenti e
imprese al di fuori della concorrenza, evitare la mediazione con le popolazioni e con le istituzioni locali, annullandone le capacità gestionali. Ha infine prodotto decisioni unilaterali, non misurate con percorsi e contesti concreti.
Non c’è stata capacità di previsione e non c’è stato controllo. Si è realizzato un sistema che a ogni snodo presentava inefficienze e mancanze, e in queste inefficienze si è infiltrata l’opera della camorra: gli appaltatori dei trasporti e dello smaltimento hanno subappaltato ad altre ditte, che a loro volta hanno subappaltato a ditte ancora più piccole, in una catena incontrollabile in cui si sono con facilità inserite le organizzazioni criminali locali. Ma, si deve sottolineare, non è stata la camorra a indirizzare il piano e a farlo fallire. La camorra, esplicando un suo ruolo classico, ha gestito i gap all’interno del sistema e ha approfittato della storica incapacità di controllare i risultati del proprio operato delle istituzioni e delle amministrazioni pubbliche campane. All’origine del disastro ambientale verificatosi c’è poi l’operato di un’impresa nazionale, l’Impregilo. Il risultato?
Un piano, una gara, un contratto sbagliati, un’esecuzione ancora peggiore, coniugati con l’inefficienza totale della pubblica amministrazione, sono la causa prima del fallimento del ciclo dei rifiuti campani. Come nel ciclo dei rifiuti nocivi c’è una stretta complementarietà fra interessi nazionali e interessi locali. Imprese nazionali e internazionali hanno tratto profitti dalla politica dell’emergenza in cambio di una pessima prestazione.
D’altro canto gruppi dirigenti locali, attraverso la struttura del commissariato, hanno potuto gestire un rilevante flusso di spesa, rafforzando il proprio potere ed estendendo la rete di amici e clienti. E a farne le spese sono stati il territorio e i cittadini comuni.(Cronaca di Napoli - 12 gennaio 2008)
L'articolo risale al 2008... ma cosa è cambiato da allora? Nulla o quasi.
Quello che Berlusconi diceva di aver fatto, di aver risolto, è stato solo un provvedimento tampone per assicurarsi l'elettorato e conquistare la regione.
I risultati sono sotto gli occhi di tutti.
La verità sui rifiuti di Napoli a Vieni via con me, monologo di Saviano
Prima parte
Guardate questi video, un pò di pazienza, la verità rende liberi.
Riflettete, fate girare le notizie,solo conoscendo la verità e informando si possono risolvere i problemi!
martedì 31 agosto 2010
"Il caffè sospeso"...piccoli gesti di NAPOLETANITA'

C'era un tempo, ai primi del 900' in cui a Napoli, tra i bar della città e la sua gente, si usava chiedere un "caffè sospeso".
Era un’abitudine consolidata soprattutto tra la gente del popolo. Chi andava al bar (per lo più l'aristocrazia e l'alta borghesia..ma anche chi,pur non essendo ricco,magari aveva avuto un periodo fortunato e disponeva di qualche soldo in più) per un caffè, ne pagava due e alla cassa diceva: "Uno sospeso!".
Il ”sospeso” era per chi non aveva soldi. Così, prima di sera, qualcuno, meno fortunato nella vita, passava e chiedeva: "C’è un sospeso per me?" avvicinandosi al bancone.
Lo stesso Luciano De Crescenzio intitola uno dei suoi libri "Il caffè sospeso" scrivendo così: "Quando un napoletano è felice per qualche ragione, invece di pagare un solo caffè, quello che berrebbe lui, ne paga due, uno per sé e uno per il cliente che viene dopo. È come offrire un caffè al resto del mondo..."

Il semplice gesto racchiude in sè un sentimento di condivisione di problemi, comunicazione e comprensione:chi ha di più non dimentica chi ha di meno.
Superfluo sapere a chi si offre,basta il pensiero,il gesto nobile...la generosità che,da millenni,il napoletano verace porta con se.
Chissà se, oggi, il cittadino partenopeo si riconosce ancora in questo profondo senso di solidarietà, di nobilissima attenzione verso il prossimo...
Di recente e per l'esattezza il 3 maggio 2010, in occasione dei 150 anni dello storico bar napoletano " Il Gambrinus", si è offerto il caffè alla città.
"Chiunque chiedeva un caffè pagato al banco lo avrebbe avuto gratis. E’stato un atto d'amore nei confronti dei napoletani, un atto non solo pubblicitario,ma simbolico dell'antico costume napoletano,della generosità dei nostri avi, un modo per riproporre una storica e straordinaria usanza della nostra città, quella del caffè sospeso"
Viviamo in un'epoca talmente piena di insicurezze e di sfiducia verso il futuro e verso chi ci circonda, che è difficile anche pensare di offrire pochi eurocent, per un semplice caffè. Certo la realtà napoletana non aiuta ma se per un attimo ci si soffermasse a pensare a ciò che eravamo, alla nostra cultura, alle nostre tradizioni, forse non avremmo più timore dell'altro. Forse ci sentiremmo parte di un qualcosa di più grande, di un sentire che non ha euguali perchè solo qui, in questa Regione, tra questa gente, una simpatica smorfia, un grazie, un sorriso, un semplice gesto,una battuta colorata, rendono più piacevole la vita.
In disuso da qualche anno,questa nobile usanza, sembra che a Napoli, voglia riproporsi così da proseguire questa opera di “solidarietà”, ed è stata accolta anche da Firenze da una decina di bar anche famosi.
Una "pillola" di saggezza del grande Luciano De Crescenzo
Tratto da “Il caffè sospeso” :
- C'era una volta un contadino cinese al quale era scappato un cavallo. Tutti i vicini cercarono di consolarlo, ma il vecchio cinese, calmissimo, rispose: “E chi vi dice che sia una disgrazia?”. Accadde infatti che, il giorno dopo, proprio il cavallo che era sfuggito ritornasse spontaneamente alla fattoria, portandosi dietro altri cinque cavalli selvaggi. I vicini, allora, si precipitarono dal vecchio cinese per congratularsi con lui, ma questi li fermò dicendo: “E chi vi dice che sia una fortuna'”. Alcuni giorni dopo, il figlio del contadino, cavalcando uno di questi cavalli selvaggi, cadde e si ruppe una gamba. Nuove frasi di cordoglio dei vicini e solito commento del vecchio cinese: “E chi vi dice che sia una disgrazia?”. Manco a farlo apposta, infatti, scoppiò una guerra e l'unico a salvarsi fu proprio il figlio del contadino che, essendosi rotto una gamba, non era potuto partire per il fronte. Questa parabola non ha fine, e potremmo applicarla a molti eventi della nostra vita, pubblica e privata.
