Tutte hanno scritto a Napule canzone appassiunate,
tutt”e bellezze ‘e Napule so’ state decantate:
da Bovio a Tagliaferri; Di Giacomo a Valente;
in prosa vierze e musica: ma chi po’ ddì cchiù niente?
Chi tene cchiù ‘o curaggio ‘e di’ quaccosa
doppo ca sti puete gruosse assaie
d’accordo songo state a ddi’ una cosa:
ca stu paese nun se scorda maje.
Sta Napule, riggina d”e ssirene,
ca cchiù ‘a guardammo e cchiù ‘a vulimmo bene.
‘A tengo sana sana dint”e vvene,
‘a porto dint”o core, ch’aggia fa?
Napule, si comme ‘o zucchero,
terra d’amore, ch’è na rarità!
Zuoccole, tammorre e femmene,
è ‘o core ‘e Napule ca vo’ cantà.
Napule, tu si’ adorabile,
siente stu core che te vo’ di’:
“ Zuoccole, tammorre e ffemmene,
chi è nato a Napule nce vo’ murì “.
Traduzione a cura di Rino Vittozzi
Zoccoli, tamburi e donne
Tutti hanno scritto a Napoli canzoni appassionate,/tutte le bellezze di Napoli sono state decantate:/ da Bovio a Tagliaferri; Di Giacomo a Valente;/ in prosa versi e musica: ma chi può dir più niente?// Chi tiene più il coraggio di dir qualcosa/ dopo che questi poeti molto grossi/ di accordo sono stati a dire una cosa:/ che questo paese non si scorda mai.// Questa Napoli, regina delle sirene,/ che più la guardiamo e più vogliamo bene./ La tengo per intera nelle vene,/ la porto nel mio cuore, che debbo fare?// Napoli, sei come lo zucchero,/terra d’amore, che è una cosa rara!/ Zoccoli, tamburi e donne,/ è il cuore di Napoli che vuole cantare.// Napoli, tu sei adorabile,/ senti questo cuore che vuole dirti:/ “Zoccoli, tamburi e donne,/ chi è nato a Napoli ci vuol morire”.
Ed anche i rifiuti di Napoli sono finiti nel presepe!
Gli artisti artigiani di Napoli, si sa, in fatto di presepi non badano a limitazioni di sorta. Già in passato ci hanno abituati con statuine di vario genere con le fattezze di personaggi di spicco del mondo politico, dell'informazione e dello spettacolo. Quest'anno che ci sarebbero tante statuine in terracotta da fare, riproponendo le perle regalateci da Silvio Berlusconi, i presepi napoletani pare siano tematizzati sui rifiuti, proprio come quello che si può vedere in queste foto dove le statuine sono munite di mascherine e di fazzoletti per salvar il naso dagli odori dell'immondizia sparsa per le strade del capoluogo campano.
E non solo i maestri di San gregorio hanno tematizzato ma anche gli alunni delle scuole napoletane rilanciano e presentano i presepi fatti di rifiuti, sacchi, buste, confezioni, lattine, bottiglie e persino ritagli di giornale che richiamano le promesse di superguido Bertolaso ed il nano Berlusconi.
Natale tutto l'anno A San Gregorio Armeno è Natale tutto l'anno. In tutti i mesi, anche quando fa caldo e il Natale è lontano, i maestri sono all'opera per costruire i tipici presepi in sughero e i pastori in terraccotta. L'atmosfera di San Gregorio Armeno comincia a riscaldarsi a novembre ma è dicembre il mese in cui la strada è è gremita di gente a ogni ora del giorno. Ogni maestro presepiale sa consigliare perfettamente il suo cliente rispetto al significato, il simbolo e l'uso di ogni pastore.
A san Gregorio anche i Presepi sono affollati I pastori devono essere di terracotta che, essendo più plasmabile e flessibile del marmo o della pietra, si presta meglio a rendere anche l'anima del pastore oltre alla sua fisionomia. Gli artigiani sono molto affezionati all'antica arte napoletana presepiale ma per essere al passo con i tempi hanno dovuto accettare che in un presepe ci sia non solo il signor Pulcinella con la moglie Colombina, ma anche osti, macellai e pescivendoli che esibiscono in canestri, secchi e ceste tutto il mondo ittico-gastronomico della città. Un presepe all'antica, classico, dovrebbe essere costituito da pochi personaggi: il Bambino Gesù, la Madonna, san Giuseppe, l'asino e il bue, il ciaramellaro e i re Magi. Ma hanno importanza anche altre figure come quella di Benino, che dorme mentre aspetta la nascita del Sacro Bambino, il cacciatore, il monaco questuante, la zingara pagana, i due spassosi scrivani Razzullo e Sarchiapone, le leggendarie "accademie", ossia mendicanti in ginocchio che indossano solo un perizoma, e le "mezze accademie" che hanno solo il torso scoperto, che adorano il Bambino e implorano grazie e benedizioni. Diciamo quindi che i diecimila altri personaggi che affollano il presepe sono degli estranei, ma senza questi intrusi l'arte presepiale non si sarebbe mai evoluta così tanto. Nella bottega del macellaio, ad esempio, i grumi di sangue e le interiora sono dipinte con un rosso cupo molto particolare e i laghi e i mari hanno delle sfumature di azzurro veramente sorprendenti. Tutti questi soggetti che si mescolano tra loro e colorano il presepe lo rendono un affresco vivo e realistico, di una Napoli che ancora esiste. E quest'anno non potevano certo mancare loro, i "grandi" protagonisti degli ultimi tempi... I RIFIUTI! :DDD
A testimoniare la concezione "filosofica" della vita di questo popolo, che subisce e metabolizza e, come si suol dire, " sa piglia pa ammor e-DDio"!!!Unico al mondo per questa grande capacità di ironizzare con fare sarcastico i "drammi" che, purtroppo, vive!
UN PO' DI STORIA
La caratteristica strada del poetico artigianato presepiale è Via San Gregorio Armeno.Questa strada, nota in tutto il mondo, era detta platea nostriana perchè quì, il quindicesimo vescovo di Napoli San Nostriano, fece costruire le terme per i poveri. Ma la strada, situata nella regione augustale, assume anche un importante valore religioso perchè il vescovo Agnello edificò la prima basilica - all'interno della città dedicata a San Gennaro. Questa chiesa è ancora oggi visitabile, seppur interamente modificata durante i secoli. Tra gli altri monumenti presenti va certamente messo in meritato rilievo il monastero di San Gregorio Armeno. Sulla storia di questo monastero, viste le numerose modifiche al primitivo impianto monastico e le numerose annessioni di edifici, o parte di essi, consiglio il lettore a maggiori approfondimenti. La strada ha mantenuto per secoli quella vitalità che ancora oggi la contraddistingue. Questo non solo per le notevoli strutture presenti durante tutta la sua storia, ma anche perchè cardine capace di connettere il vero centro della città antica (area oggi identificabile in parte con piazza San Gaetano) con le principali arterie (via San Biagio dei Librai, via Tribunali ). Una strada percorsa durante i secoli da ogni cittadino napoletano.A queste ed altre ragioni si deve la concentrazione di attività artistiche e commerciali. Era quì il centro artistico culturale ove erano fiorenti nel passato le botteghe di artisti, pittori, scultori, argentieri, intagliatori, doratori che con la loro sapiente arte hanno reso famosi chiese e palazzi che ancora oggi ammiriamo. Ho detto la Napoli culturale perchè basta pensare che a pochi passi da questa strada è Via San Biagio dei Librai. Quì, in un palazzo che ha oggi anche accesso dalla stessa via San Gregorio Armeno, un libraio diede i natali a Gian Battista Vico. Più avanti, a pochi passi da piazza san Domenico Maggiore, vi è una lapide che ricorda la dimora di Francesco de Sanctis. Nelle vicinanze troviamo anche Palazzo Filomarino, dimora di Benedetto Croce.Ma delle attività artistiche del passato, cosa è rimasto nella ancor oggi splendida via San Gregorio Armeno? La risposta sincera è: assai poco. Senza falsa modestia devo ricordare, nel palazzo di Michele Tenore - fondatore dell ' Orto Botanico di Napoli la nostra bottega che con una attività di circa duecento anni continua la raffinata scuola scultorea napoletana ed il restauro. Ma quanto attrae maggiormente il turismo è la fiorente produzione di pastori in terracotta. Ed ecco i Ferrigno, i Giannotti, i Maddaloni: tuttidi antica tradizione famigliare. A dare incremento a questa produzione di artigianato artistico furono dapprima l'Associazione Napoletana Amici del Presepio, poi l'Azienda di Cura e Soggiorno di Napoli che seppe incoraggiare con premi in denaro ed attività culturali. In questi ultimi anni va riconosciuta una maggiore attenzione da parte del Comune di Napoli. Nel mese di dicembre è tutto un presepe. Folle di visitatori, scolaresche di ogni parte del mondo affollano incessantemente questa strada che sembra appartenere al mondo dei sogni. Prof. Antonio Lebro
Napoli è pulita. Parola di Berlusconi. Non voglio dare tutta la colpa al governo ... ma le menzogne proprio non le sopporto. I problemi non si risolveranno mai se non si eliminano politicamente certi personaggi. Sulla ricostruzione della vicenda campana e delle vere colpe del fallimento della gestione del ciclo integrato dei rifiuti, c'è anche un interessante articolo di Gabriella Gribaudi, docente di Storia Contemporanea presso l'Università Federico II di Napoli, che posto qui di seguito. Gli anelli deboli della catena di Gabriella Gribaudi Come spesso succede nel nostro Paese, la discussione sui rifiuti napoletani si svolge eludendo i termini concreti della questione e le vicende storiche che hanno provocato il disastro. È necessario allora ricostruire la catena degli errori e delle responsabilità che hanno portato alla situazione attuale. Primo anello. La gara vinta dalla Fibe-Impregilo. La gara per due termovalorizzatori e sette impianti di Cdr iniziata nel 1998 (commissario straordinario Rastrelli) e conclusasi nel 2000 (commissario Bassolino) fu impostata male, portò a vincere l’impresa che aveva proposto l’impianto meno avanzato. La realizzazione fu anche peggiore: dagli impianti costruiti dalla Fibe esce un rifiuto che gli esperti chiamano, con un nome allusivo molto significativo, «tal quale». Si tratta, cioè, di rifiuti triturati e impacchettati, ma tali e quali a quelli che sono entrati, che quand’anche ci fosse il termovalorizzatore non potrebbero essere bruciati. Questo è uno dei motivi per cui il suolo campano è coperto di ecoballe che non potranno mai essere gestite in un moderno ciclo di smaltimento, ma finiranno sempre in discariche. Inoltre il contratto prevedeva che il sito del termovalorizzatore di Acerra venisse scelto liberamente dalla ditta vincitrice. E, per i poteri di deroga del commissariato straordinario dovuti all’emergenza, non veniva richiesta la «valutazione di impatto ambientale» (Via). Successive modifiche all'ordinanza non resero comunque mai obbligatoria una vera valutazione. La scelta del sito ha dato origine al noto conflitto con le popolazioni. L’impresa Fibe, la capofila Impregilo e i suoi vertici (Piergiorgio e Paolo Romiti) sono stati accusati di truffa ai danni dello Stato e dei cittadini. Il commissario straordinario del tempo, Antonio Bassolino, con i vice commissari di «inerzia» e mancanza di controllo. Il processo sta per avere corso. Secondo anello della catena. La raccolta differenziata. Per la raccolta sono stati creati 18 consorzi che dipendevano dal commissariato straordinario e che si sono dimostrati strutture inefficienti, inutili e clientelari. Inefficienza e spreco di danaro pubblico in alcuni casi si sono trasformati in vere e proprie truffe organizzate con personaggi di dubbia correttezza. Nel caso di Mondragone e della società mista pubblico-privato Eco4 è emerso un rapporto con la camorra. Sono stati assunti e spalmati nei 18 consorzi per la raccolta differenziata circa 2300 lavoratori poi stabilizzati con un bando regionale nel 2001. Sono entrati, attraverso una corsia preferenziale, gli iscritti alle cooperative dei disoccupati organizzati. Quegli stessi che per mesi, anzi per anni, avevano bloccato le strade, le navi nel porto con i turisti obbligati a scendere, avevano incendiato cassonetti della spazzatura e autobus, con una vera e propria guerriglia urbana che aveva bloccato la città. Nella compilazione delle liste sono state trovate anche in questo caso collusioni con la camorra, dimostrate in ben due processi. Questi lavoratori non fanno nulla e sabotano mezzi meccanici e attività. Terzo anello. Il commissariato stesso. A questo proposito per brevità non ci resta che usare le parole della commissione parlamentare di fine anno che ribadisce le accuse durissime al commissariato straordinario «le cui inefficienze strutturali si sono rivelate, lungo questi anni, di tale entità da pregiudicarne in modo irreversibile operatività ed efficacia». Ci troviamo di fronte a una fitta rete di responsabilità e a una catena di decisioni che, in un circolo vizioso, hanno condotto sempre più lontano dagli obiettivi preposti. Attraverso il commissariamento straordinario si è creato un sistema chiuso e autoreferenziale che è cresciuto su se stesso. Sono proliferate le spese: negli ultimi dieci anni si sono spesi circa 780 milioni di euro all’anno in emolumenti, consulenze, affitti degli immobili; si sono destinati invece unicamente 29 milioni all’anno per investimenti (relazione 2007). L’emergenza ha permesso di saltare procedure trasparenti, di scegliere consulenti e imprese al di fuori della concorrenza, evitare la mediazione con le popolazioni e con le istituzioni locali, annullandone le capacità gestionali. Ha infine prodotto decisioni unilaterali, non misurate con percorsi e contesti concreti. Non c’è stata capacità di previsione e non c’è stato controllo. Si è realizzato un sistema che a ogni snodo presentava inefficienze e mancanze, e in queste inefficienze si è infiltrata l’opera della camorra: gli appaltatori dei trasporti e dello smaltimento hanno subappaltato ad altre ditte, che a loro volta hanno subappaltato a ditte ancora più piccole, in una catena incontrollabile in cui si sono con facilità inserite le organizzazioni criminali locali. Ma, si deve sottolineare, non è stata la camorra a indirizzare il piano e a farlo fallire. La camorra, esplicando un suo ruolo classico, ha gestito i gap all’interno del sistema e ha approfittato della storica incapacità di controllare i risultati del proprio operato delle istituzioni e delle amministrazioni pubbliche campane. All’origine del disastro ambientale verificatosi c’è poi l’operato di un’impresa nazionale, l’Impregilo. Il risultato? Un piano, una gara, un contratto sbagliati, un’esecuzione ancora peggiore, coniugati con l’inefficienza totale della pubblica amministrazione, sono la causa prima del fallimento del ciclo dei rifiuti campani. Come nel ciclo dei rifiuti nocivi c’è una stretta complementarietà fra interessi nazionali e interessi locali. Imprese nazionali e internazionali hanno tratto profitti dalla politica dell’emergenza in cambio di una pessima prestazione. D’altro canto gruppi dirigenti locali, attraverso la struttura del commissariato, hanno potuto gestire un rilevante flusso di spesa, rafforzando il proprio potere ed estendendo la rete di amici e clienti. E a farne le spese sono stati il territorio e i cittadini comuni.(Cronaca di Napoli - 12 gennaio 2008) L'articolo risale al 2008... ma cosa è cambiato da allora? Nulla o quasi. Quello che Berlusconi diceva di aver fatto, di aver risolto, è stato solo un provvedimento tampone per assicurarsi l'elettorato e conquistare la regione. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. La verità sui rifiuti di Napoli a Vieni via con me, monologo di Saviano Prima parte
C'era un tempo, ai primi del 900' in cui a Napoli, tra i bar della città e la sua gente, si usava chiedere un "caffè sospeso". Era un’abitudine consolidata soprattutto tra la gente del popolo. Chi andava al bar (per lo più l'aristocrazia e l'alta borghesia..ma anche chi,pur non essendo ricco,magari aveva avuto un periodo fortunato e disponeva di qualche soldo in più) per un caffè, ne pagava due e alla cassa diceva: "Uno sospeso!". Il ”sospeso” era per chi non aveva soldi. Così, prima di sera, qualcuno, meno fortunato nella vita, passava e chiedeva: "C’è un sospeso per me?" avvicinandosi al bancone.
Lo stesso Luciano De Crescenzio intitola uno dei suoi libri "Il caffè sospeso" scrivendo così: "Quando un napoletano è felice per qualche ragione, invece di pagare un solo caffè, quello che berrebbe lui, ne paga due, uno per sé e uno per il cliente che viene dopo. È come offrire un caffè al resto del mondo..."
Un’usanza tutta partenopea che sarebbe profondamente sbagliato dimenticare. Il semplice gesto racchiude in sè un sentimento di condivisione di problemi, comunicazione e comprensione:chi ha di più non dimentica chi ha di meno. Superfluo sapere a chi si offre,basta il pensiero,il gesto nobile...la generosità che,da millenni,il napoletano verace porta con se.
Chissà se, oggi, il cittadino partenopeo si riconosce ancora in questo profondo senso di solidarietà, di nobilissima attenzione verso il prossimo...
Di recente e per l'esattezza il 3 maggio 2010, in occasione dei 150 anni dello storico bar napoletano " Il Gambrinus", si è offerto il caffè alla città. "Chiunque chiedeva un caffè pagato al banco lo avrebbe avuto gratis. E’stato un atto d'amore nei confronti dei napoletani, un atto non solo pubblicitario,ma simbolico dell'antico costume napoletano,della generosità dei nostri avi, un modo per riproporre una storica e straordinaria usanza della nostra città, quella del caffè sospeso"
Viviamo in un'epoca talmente piena di insicurezze e di sfiducia verso il futuro e verso chi ci circonda, che è difficile anche pensare di offrire pochi eurocent, per un semplice caffè. Certo la realtà napoletana non aiuta ma se per un attimo ci si soffermasse a pensare a ciò che eravamo, alla nostra cultura, alle nostre tradizioni, forse non avremmo più timore dell'altro. Forse ci sentiremmo parte di un qualcosa di più grande, di un sentire che non ha euguali perchè solo qui, in questa Regione, tra questa gente, una simpatica smorfia, un grazie, un sorriso, un semplice gesto,una battuta colorata, rendono più piacevole la vita. In disuso da qualche anno,questa nobile usanza, sembra che a Napoli, voglia riproporsi così da proseguire questa opera di “solidarietà”, ed è stata accolta anche da Firenze da una decina di bar anche famosi.
Una "pillola" di saggezza del grande Luciano De Crescenzo
Tratto da “Il caffè sospeso” : - C'era una volta un contadino cinese al quale era scappato un cavallo. Tutti i vicini cercarono di consolarlo, ma il vecchio cinese, calmissimo, rispose: “E chi vi dice che sia una disgrazia?”. Accadde infatti che, il giorno dopo, proprio il cavallo che era sfuggito ritornasse spontaneamente alla fattoria, portandosi dietro altri cinque cavalli selvaggi. I vicini, allora, si precipitarono dal vecchio cinese per congratularsi con lui, ma questi li fermò dicendo: “E chi vi dice che sia una fortuna'”. Alcuni giorni dopo, il figlio del contadino, cavalcando uno di questi cavalli selvaggi, cadde e si ruppe una gamba. Nuove frasi di cordoglio dei vicini e solito commento del vecchio cinese: “E chi vi dice che sia una disgrazia?”. Manco a farlo apposta, infatti, scoppiò una guerra e l'unico a salvarsi fu proprio il figlio del contadino che, essendosi rotto una gamba, non era potuto partire per il fronte. Questa parabola non ha fine, e potremmo applicarla a molti eventi della nostra vita, pubblica e privata.
Dal Film "Le quattro giornate di Napoli" di Nanni Loy
La Resistenza in Campania è simboleggiata soprattutto dal popolo di Napoli (compresi giovanissimi e donne) che dal 28 settembre al 1° ottobre 1943 insorse con le armi improvvisate di cui disponeva, sconfiggendo un esercito appoggiato da carri armati e artiglieria pesante. Durante l'insurrezione delle quattro giornate di Napoli morirono 152 patrioti combattenti, 140 tra la popolazione civile. La Campania pagò duramente anche l'insurrezione di Scafati e poi la liberazione di Salerno, dove dal 2 aprile al 18 giugno 1944 venne costituito il primo governo di unità nazionale nell'Italia liberata. Questa regione subì anche la strage di Caiazzo, dove il 13 ottobre 1943 alcune famiglie di contadini - 23 persone tra uomini donne e bambini - furono mitragliate per ordine di un giovane ufficiale tedesco. Inoltre vide l'epopea di Cassino, epicentro della linea difensiva Gustav, che verrà distrutta e conquistata dalle truppe del generale polacco Wladislaw Anders. Tra i principali episodi di lotta armata contro l'invasore va ricordata infine la battaglia di Montelungo in cui l'8 dicembre 1943, 500 soldati italiani dell'esercito ricostituito si lanciarono all'attacco, vennero decimati dall'artiglieria tedesca, ma infine con un ultimo attacco riuscirono il 16 dicembre a raggiungere l'obiettivo. LE QUATTRO GIORNATE DI NAPOLI L'insurrezione delle Quattro Giornate di Napoli, che permise la liberazione della città, nacque come reazione ai rastrellamenti dei tedeschi, che riuscirono ad internare 18.000 uomini, all'ordine di sgombero di tutta l'area occidentale cittadina, alla sistematica distruzione delle fabbriche e del porto, ma ebbe anche un significato politico e militare. Militare perché impegnò per più giorni e costrinse alla resa le forze tedesche che si erano rafforzate, politico perché nel corso della rivolta crebbero gli elementi di autorganizzazione, anche se non fu possibile creare un comando unificato. La presenza antifascista fu numerosa e significativa. Valga per tutti l'esempio di Antonio Tarsia in Curia che assunse la direzione del quartiere Vomero costituendo il Fronte Unico Rivoluzionario, il quale ebbe sede nel liceo Sannazzaro. La storia
A parte il dolore della gente che aveva visto i loro figli partiti per il fronte (molti dei quali non fecero più ritorno a casa), i napoletani ebbero il vero impatto con la guerra solo il primo novembre del 1940, quando vi fu un bombardamento aereo inglese. Dal 1940 al 1944 Napoli fu fatta oggetto di più di cento indiscriminati bombardamenti che procurarono quasi 30000 morti. Due giorni infausti visse la città: il 4 dicembre 1942 ed il 28 marzo 1943; il primo, oltre ad ingenti danni e alla distruzione di Santa Chiara, provocò 3000 morti; il secondo fu dovuto allo scoppio della nave Caterina Costa. Questa nave, che era ancorata nel porto era sovraccarica di armi ed esplosivi ed era in partenza per l'Africa. Si sviluppò, a bordo, un tremendo incendio che i marinai non riuscirono a domare, per cui nel pomeriggio esplose provocando oltre 3000 feriti e 600 morti, l'esplosione fu immane, basti pensare che pezzi della nave furono rinvenuti sulla collina del Vomero.
Napoli, sventrata dai bombardamenti, s'era come svuotata, abbandonata da intere famiglie in fuga nelle campagne. Erano rimasti i rassegnati, gli indifferenti, i fascisti, e i disperati. Furono questi ultimi a ribellarsi, a passare dalla disperazione all'esasperazione per i soprusi nazisti, dopo l'occupazione della città.
«Anche qui, come nelle altre città, all'8 settembre le autorità militari non presero alcuna iniziativa per preparare un'efficace resistenza alle truppe tedesche, si rifiutarono di consegnare le armi ai napoletani che a mezzo dei rappresentanti i partiti antifascisti le chiedevano per organizzare la difesa, né seppero dare a quei comandi subalterni che le cercavano, delle direttive serie. Incredibile la risposta data dal Comandante la difesa territoriale di Napoli, generale Del Tetto al colonnello Barberini comandante del 2° reggimento artiglieria acquartierato nella caserma Scandigliano: "Cercate di tergiversare, non irritate i tedeschi e trattate bene gli inglesi che stanno per arrivare".
Malgrado quest'insipienza che rasentava il tradimento, da parte degli alti comandi, l'occupazione tedesca della città non avvenne pacificamente. Il 10 e 1'11 settembre soldati e ufficiali italiani assieme a popolani resistettero tenacemente in alcuni fortilizi, costringendo il nemico a conquistare con le armi alcune caserme e la centrale telefonica.
I tedeschi erano ancora indecisi sul da farsi, temevano la rapida avanzata degli Alleati sbarcati a Salerno e, mentre cercavano di disarmare le truppe italiane, si preparavano ad abbandonare la città dandosi al saccheggio dei negozi. Numerosi furono gli episodi di resistenza. In via S. Brigida un carabiniere ed un gruppo di cittadini riuscirono a catturare alcuni militari tedeschi; il combattimento accesosi all'angolo di palazzo Salerno si allarga e raggiunge l'imbocco del tunnel della Vittoria ove sono parcheggiate diverse macchine nemiche. I tedeschi che si trovano nel palazzo reale sono fatti prigionieri; a piazza Plebiscito la battaglia si protrae per due ore, conflitti scoppiano anche in via Foria, a Porta Capuana, a piazza Umberto, in via Duomo, in via Chiaia, alla caserma Metropolitana, nel quartiere Vicaria. Uomini, donne, ragazzi, soldati e marinai danno prova in cento episodi di audacia e patriottismo.
Il 12 settembre i tedeschi decidono di sospendere i preparativi per la ritirata e di instaurare col terrore il loro pieno dominio sulla città. I contingenti della Va Armata sbarcati a Salerno l'8 settembre, erano riusciti si, a costituire una testa di ponte, ma non avevano colto di sorpresa i tedeschi che fecero affluire rapidamente delle formazioni corazzate per impedire la loro avanzata. Le unità alleate s'erano mosse lungo la strada turistica che da Salerno, Vietri, Cava dei Tirreni porta sino a Napoli; ma ai margini dell'Agro Nocerino erano state bloccate dalle forze tedesche e investite da una tempesta di fuoco e quindi costrette a retrocedere.
Il Comando tedesco pensò addirittura di riuscire a cacciare a mare gli americani e obbligarli a rimbarcarsi, comunque non doveva più temere una minaccia immediata su Napoli.
Un corriere da Berlino portò al comandante tedesco Scholl l'ordine di non lasciare la città e in caso di avanzata degli Alleati di non abbandonarla prima di averla ridotta "in cenere e fango". Nel pomeriggio del giorno stesso, il colonnello faceva avanzare una colonna motorizzata che, proveniente da Capodichino, penetrò in città sparando a zero sulle case e lungo le strade. L'ordine era di annientare gli ultimi caposaldi della resistenza italiana distruggendo, per rappresaglia, case e quartieri dove i patrioti si erano battuti.
Dopo alcuni minuti di bombardamento a scopo terroristico, gli unni penetrarono nelle case e cominciarono l'opera di saccheggio, di violenze e di distruzione. Gli abitanti venivano cacciati fuori, spogliati di ogni loro avere, incolonnati e costretti ad assistere all'incendio delle loro abitazioni.
Anche l'Università venne invasa e incendiata, distrutti migliaia di volumi. L'obbiettivo non era scelto a caso, i tedeschi sapevano che dopo il 25 luglio l'Università era divenuta uno dei centri di raccolta dell'antifascismo. Il professor Adolfo Omodeo il l° settembre, all'inaugurazione dell'anno accademico, aveva indirizzato agli studenti un appello nel quale tra l'altro era detto: "Studenti, in questo momento amaro, l'Università vi apre le braccia, i vostri maestri sono della generazione del Carso e del Piave."
Mentre l'opera vandalica si estendeva ai vicoli circostanti, altri reparti tedeschi saccheggiavano la caserma Zanzur che resisteva ancora, attaccavano le batterie contraeree italiane e la caserma dei carabinieri Pastrengo che furono sopraffatte dalle forze soverchianti. Particolarmente aspro fu il combattimento, impegnato dai tedeschi, contro il 21° Centro di avvistamento arroccato al Castel dell'Ovo. Gli artiglieri e i marinai italiani si difesero sino all'ultimo; i tedeschi furono costretti ad espugnare il forte con i cannoncini dei carri armati. Tratti prigionieri gli ultimi difensori, otto marinai e soldati furono fucilati di fronte al palazzo dell'Ammiragliato.
Domenica di sangue per i napoletani il 12 settembre ed anche il lunedì, nelle due giornate furono uccisi per le strade della città decine di militari italiani, 27 civili e 185 persone ricoverate negli ospedali. Oltre quattromila tra militari e cittadini vennero tratti prigionieri e immediatamente portati alla stazione per essere avviati alla deportazione ed al lavoro obbligatorio.
Il 13 settembre veniva pubblicato il drastico proclama emanato il giorno prima dal Comando tedesco: 1. Con provvedimento immediato ho assunto da oggi il Comando assoluto con pieni poteri della città di Napoli e dintorni. 2. Ogni singolo cittadino che si comporta calmo e disciplinato avrà la mia protezione. Chiunque però agisca apertamente o subdolamente contro le forze armate germaniche sarà passato per le armi. Inoltre il luogo del fatto e i dintorni immediati del nascondiglio dell'autore verranno distrutti e ridotti a rovine. Ogni soldato germanico ferito o trucidato verrà rivendicato cento volte. 3. Ordino il coprifuoco dalle ore 20 alle ore 6. Solo in caso di allarme si potrà fare uso della strada per recarsi al ricovero vicino. 4. Esiste lo stato d'assedio. 5. Entro 24 ore dovranno essere consegnate tutte le armi e munizioni di qualsiasi genere, ivi compresi i fucili da caccia, le granate a mano, ecc. Chiunque, trascorso tale termine, verrà trovato in possesso di un'arma, verrà immediatamente passato per le armi. La consegna delle armi e munizioni si effettuerà alle ronde militari germaniche. [Erano indicate le località] 6. Cittadini mantenetevi calmi e siate ragionevoli. Questi ordini e le già eseguite rappresaglie si rendono necessarie perché un gran numero di soldati e ufficiali germanici che non facevano altro che adempiere ai propri doveri furono vilmente assassinati o gravemente feriti, anzi in alcuni casi i feriti anche vilipesi e maltrattati in modo indegno da parte di un popolo civile. Napoli, 12 settembre 1943 firmato SCHOLL Colonnello» (1)
Vedersi ridotti alla condizione di schiavi, doversi nascondere per sopravvivere in una città dilaniata, per sottrarsi ai rastrellamenti e alle catture indiscriminate, per evitare quel servizio obbligatorio di lavoro che altro non era che l'anticamera della deportazione e dello sterminio: ecco, tutto questo insopportabile bagaglio di prevaricazioni determinò la svolta, aprì le porte agli eventi.
La rabbia dei nazisti per il fallimento del servizio obbligatorio venne espressa nel manifesto del 26 settembre emanato dal comandante Scholl, che gridava al sabotaggio e minacciava di fucilare all'istante i contravventori:
Al decreto per il servizio obbligatorio di lavoro hanno corrisposto in quattro sezioni della città complessivamente circa 150 persone, mentre secondo lo stato civile avrebbero dovuto presentarsi oltre 30.000 persone. Da ciò risulta il sabotaggio che viene praticato contro gli ordini delle Forze Armate Germaniche e del Ministero degli Interni Italiano. Incominciando da domani, per mezzo di ronde militari, farò fermare gli inadempienti. Coloro che non presentandosi sono contravvenuti agli ordini pubblicati, saranno dalle ronde senza indugio fucilati
Il Comandante di Napoli Scholl Il giorno dopo, il 27 settembre, ebbe inizio la caccia all'uomo: le strade vennero bloccate e tutti gli uomini, senza limiti di età, furono caricati con la forza sui camion per essere avviati al lavoro forzato in Germania. A questo punto, per i napoletani non c'erano alternative: se volevano sfuggire alla deportazione dovevano combattere contro i tedeschi e impedire che attuassero i loro piani. Cosi, senza essere né preparata né organizzata, scoppiò l'insurrezione di Napoli, una risposta spontanea in cui erano presenti anche i partiti antifascisti ma senza avere quella funzione di guida che avranno invece durante la lotta partigiana. I napoletani uscirono allo scoperto nelle prime ore del 28 settembre: erano armati alla meglio, con vecchi fucili, pistole, bombe a mano, bottiglie incendiarie che avevano subito imparato a costruire e qualche mitragliatrice leggera nascosta nei giorni dell'armistizio. Altre armi se le procurarono combattendo. Tutto ciò sconcertò il comando tedesco che non si attendeva questa reazione.
La scintilla scoppiò al Vomero. Erano da poco passate le nove, quando al Vomero giunse la notizia che un marinaio era stato freddato con un colpo di pistola, mentre stava bevendo alla fontanella che si trova all’angolo di via Girardi, proprio di fronte all’Ospedale Militare. Una decina di giovanissimi, il più avanti con gli anni non aveva ancora vent’anni, stavano sorbendo il caffè al Bar Sangiuliano in Piazza Vanvitelli, quando… come un segnale convenuto uscirono di corsa dal bar e si precipitarono addosso ai tre tedeschi che occupavano una jepp di stanza nella Piazza, li costrinsero a scendere dall’auto e la incendiarono. I tedeschi approfittarono di questo momento per fuggire e dare l’allarme. Giunsero soldati in massa ma i giovani non desistettero e si rifugiarono nel Museo di San Martino, mentre la voce si spandeva sulla città come pioggia col sole. Fu un attimo. Tutte le strade che portavano fuori della città furono bloccate da suppellettili, che piovevano dalle finestre per ostruire il passaggio all’uscita come all’entrata.
Per quattro giorni, dal 28 settembre all'1 ottobre 1943, i napoletani scelsero la lotta aperta, imbracciarono le armi, eressero barricate, lanciarono bombe, tesero agguati, costringendo le truppe tedesche alla resa, alla fuga. Resistettero al nemico artisti, poeti, scrittori, anche Sergio Bruni, che diventerà il re della canzone napoletana, fu ferito. Scontri tra insorti e tedeschi
Nel corso di queste quattro giornate, anche gli ufficiali dell'esercito italiano (spariti in un primo momento) e gli antifascisti si unirono ai sollevati e si misero alla loro testa.
Quanti presero le armi, vecchie armi italiane meno efficienti, meno micidiali di quelle tedesche (i fucili ’91 dell’altra guerra e perfino i moschetti dei balilla senza otturatori, che dovettero essere recuperati altrove), furono dunque qualche centinaio. Le azioni di scontro in ogni quartiere della città e soprattutto al Vomero, all’Arenella, a Capodimonte, a Ponticelli, infittite e protratte negli ultimi quattro giorni del settembre e nella mattinata del primo ottobre, furono decisive per affrettare l’abbandono della città da parte delle truppe tedesche proprio per la attiva solidarietà della popolazione con quel pugno di combattenti, che si moltiplicava in ogni punto della città. I tedeschi avrebbero voluto ridurre l’abitato a cenere e fango, avevano minato, fatto saltare in aria, incendiato case, alberghi, battelli in mare, impianti di servizi, l’Archivio di Stato. Le distruzioni sarebbero state infinitamente maggiori se la popolazione non fosse coralmente insorta a sostenere i suoi studenti, i suoi operai, i suoi uomini più consapevoli nella lotta aperta. Questo il bollettino delle 4 giornate: oltre 2.000 combattenti, 168 furono i patrioti caduti in combattimento, 162 i feriti, 140 le vittime tra i civili, 19 i morti non identificati, 162 i feriti, 75 gli invalidi permanenti.
Gli insorti napoletani festeggiano la liberazione
I tedeschi, all'alba del primo ottobre, si ritirarono (compiendo vili rappresaglie tra le popolazioni che incontravano sul loro cammino). Quando gli alleati entrarono in città, non trovarono un nemico che fosse uno. Napoli s'era liberata da sola.
Nel dopoguerra, oltre alla medaglia d’oro alla città di Napoli, furono conferire agli insorti 4 medaglie d’oro alla memoria, 6 d’argento e 3 di bronzo. Le medaglie d'oro furono assegnate ai quattro scugnizzi morti: Gennaro Capuozzo (12 anni), Filippo Illuminati (13 anni), Pasquale Formisano (17 anni) e Mario Menechini (18 anni). Medaglie d’argento alla memoria di Giuseppe Maenza e di Giacomo Lettieri; medaglie d’argento ai comandanti partigiani Antonino Tarsia, Stefano Fadda, Ezio Murolo, Giuseppe Sances; medaglie di bronzo a Maddalena Cerasuolo, Domenico Scognamiglio e Ciro Vasaturo.